Il dato comincia a porre una domanda: se conosciamo i flussi, perché continuare a dimensionare le infrastrutture soltanto sul minimo previsto dalla norma? Ma 2,5 m di larghezza bastano ancora?
PESCARA – La foto di apertura di questo nuovo appuntamento con i contabici di Pescara è dedicata ancora una volta al totem del lungomare nord. Il mese scorso ne avevamo documentato prima il prolungato spegnimento e poi il ritorno in funzione. Oggi il display è acceso e continua a macinare numeri: 1.635 biciclette transitate dalla mezzanotte alle prime ore del pomeriggio del 17 agosto, pari al 38,7% di tutti i passaggi rilevati nelle sette stazioni cittadine. Ma stavolta sul display ideale dell’intera rete compare una cifra ancora più significativa: 1.190.282 transiti complessivi. La soglia del milione è stata superata.
È un traguardo simbolico, ma soprattutto una massa di informazioni che comincia ad avere un valore statistico e conoscitivo rilevante. Il rilievo del 17 agosto conta complessivamente 4.225 biciclette, persino qualcosa in più delle 4.109 osservate il 20 luglio. E siamo nel cuore di agosto, quando una parte degli spostamenti sistematici legati a lavoro, scuola e attività cittadine inevitabilmente si riduce. A fare la parte del leone è ancora una volta il lungomare nord, che ha raggiunto 427.105 transiti cumulati, il 35,88% dell’intero conteggio. Segue il lungomare sud, con 935 passaggi nella giornata e 251.645 complessivi. Sommando soltanto le due postazioni costiere arriviamo a 2.570 biciclette nel rilievo giornaliero, quasi il 61% del totale. Il lungomare si conferma dunque, con largo margine, il principale corridoio ciclabile della città.
Alle sue spalle continua invece il confronto tra l’argine di via Valle Roveto e via Leopoldo Muzii. Nel rilevamento di agosto sono passate rispettivamente 528 e 471 biciclette, ma è il dato cumulato a mostrare una singolare quasi parità: 165.485 transiti contro 165.067, appena 418 di differenza. Due infrastrutture con funzioni diverse – la prima lungo il fiume e verso l’ospedale e la zona occidentale, la seconda di collegamento tra il centro e la Strada Parco – che si attestano ormai sullo stesso ordine di grandezza. Seguono via Luisa D’Annunzio, con 325 passaggi, via Aldo Moro con 175 e il Pendolo con 156. La geografia della mobilità ciclistica pescarese appare quindi sempre più leggibile: una fortissima direttrice costiera, due assi intermedi molto utilizzati e alcune connessioni con flussi inferiori ma ormai abbastanza stabili.
Ed è proprio questa differenza tra i flussi a suggerire una riflessione ulteriore. Il DM 557/1999, il regolamento nazionale sulle caratteristiche tecniche delle piste ciclabili, fissa per le piste bidirezionali una larghezza minima di 2,50 metri. Un minimo, appunto. Eppure quei 2,50 metri sono ormai diventati, nella pratica progettuale, una misura standard: una pista bidirezionale tende ad essere larga 2,50 metri sia che venga percorsa da poche biciclette, sia che lungo quella direttrice si registrino centinaia di migliaia di passaggi. Il problema non è evidentemente restringere le infrastrutture meno frequentate, perché il minimo normativo resta tale. La domanda dovrebbe essere esattamente opposta: perché non allargare quelle che sostengono i flussi maggiori?
Tre metri, tre metri e mezzo, o comunque sezioni dimensionate sulla funzione dell’itinerario e sulla domanda reale, soprattutto lungo assi assimilabili a ciclovie di grande frequentazione, non sono affatto un’eresia progettuale. Al contrario, l’aumento dei flussi rende più frequenti sorpassi e affiancamenti, accentua le differenze di velocità e porta sulla stessa infrastruttura mezzi sempre più diversi: biciclette tradizionali ed elettriche, cargo bike, rimorchi per bambini (e cani), handbike e velocipedi di maggiore ingombro. Il minimo normativo garantisce il rispetto della norma; non necessariamente garantisce la migliore risposta alla domanda di mobilità, che è anche di svago (vuoi mettere andare affiancati in bici?). Pescara dispone da tempo di questi numeri per cominciare a ragionare in questi termini.
C’è infine l’altra fotografia che accompagna questo rilevamento. Per passare da un contabici all’altro percorro ogni mese una parte consistente della rete e, puntualmente, i numeri finiscono per incontrare la realtà fisica dei luoghi. Nei pressi del ponte ciclopedonale sul fiume, quello della lavandaia, erba tagliata ma ancora rifiuti abbandonati ai margini del percorso. Una situazione già osservata e documentata nei sopralluoghi precedenti e che proprio per questo non può essere liquidata come episodio occasionale. È un contrasto quasi didascalico: da una parte un totem che registra centinaia di migliaia di biciclette, dall’altra un’infrastruttura della stessa rete che continua a presentarsi in condizioni di scarsa cura.
Il milione di transiti, allora, può rappresentare qualcosa di più di una cifra da celebrare. Può segnare il passaggio dalla semplice conta delle biciclette a una fase più matura del monitoraggio. Sapere quanti ciclisti passano dovrebbe servire anche a decidere quanto spazio assegnare loro e quale qualità garantire ai percorsi che utilizzano. I contabici dicono ormai con sufficiente chiarezza dove si pedala di più, quali sono gli assi portanti e quali quelli meno frequentati. Utilizzare queste informazioni nella pianificazione significa cominciare a progettare non soltanto secondo il minimo previsto dalla norma, ma sulla domanda reale e su quella che vogliamo favorire nei prossimi anni.
Un milione di passaggi è certamente un bel numero. Ma forse la domanda più interessante, da questo momento in poi, non è più soltanto quanti pedalano. È quanto spazio siamo disposti a dare a chi pedala.
Giancarlo Odoardi – Esperto Promotore della Mobilità Ciclistica (EPMC)

